mercoledì 13 marzo 2013

Rachel Weisz: «Il mio nome è Lady Bond»


Rachel Weisz: «Il mio nome è Lady Bond»
È la moglie di Daniel Craig e una delle attrici più sexy di Hollywood. Eppure da bambina non sognava un principe e amava i vestiti da uomo

di Simona Siri



Al terzo giorno di promozione, dopo aver parlato con la stampa di mezzo mondo e aver risposto alle stesse identiche domande con la stessa identica risposta («Interpretare il ruolo della cattiva è stato divertentissimo»), dopo essere volata – per soli due giorni – in Giappone («E sono riuscita comunque a ingrassare!»), dopo che la sera prima aveva passeggiato per il red carpet con addosso un leggerissimo abito di Michael Kors quando fuori c’erano zero gradi rischiando la polmonite, dopo tutto questo Rachel Weisz ha una sola, comprensibile richiesta: «Per favore, non mi chieda come faccio a tenermi in forma. È la domanda più noiosa che esista, eppure me la fanno sempre. Vado in palestra, no? E che cosa ci sarà mai di interessante nel farlo?». Ha ragione. Ben più interessante sarebbe suggerirle una risposta del tipo: «Faccio un sacco di sesso con mio marito, embè?», ma io e Rachel non siamo ancora abbastanza in confidenza. E ho detto: non ancora. Da lì a mezz’ora Rachel farà tre cose per le quali passerà di diritto dallo status di Insopportabile Perfettina a Potenziale Migliore Amica. Le tre cose sono: riderà tantissimo per un mio aneddoto d’infanzia; mi farà i complimenti per il colore dei pantaloni (verdi, per la cronaca); mi saluterà facendomi l’occhiolino come a dire noi sì che ci intendiamo. Siamo a Londra, alla prima del Grande e potente Oz, filmone Disney pensato come il prequel del Mago di Oz, il famoso film del 1939 tratto dai romanzi di L. Frank Baum, quello con Judy Garland/Dorothy in scarpette rosse, con l’uomo di latta, lo spaventapasseri, il leone fifone e la meravigliosa Over the Rainbow. Niente di tutto questo c’è invece in questo film che racconta, appunto, gli eventi precedenti all’arrivo di Dorothy nel Paese di Oz, quando il mago Oscar «Oz» Diggs (qui James Franco) viveva ancora in Kansas dove campicchiava come prestigiatore da quattro soldi un po’ cialtrone e molto donnaiolo, e intanto il fatato Paese – in attesa dell’avverarsi della profezia che indicava come futuro re un potente mago venuto da lontano e chiamato appunto Oz – era dominato da Evanora, Strega cattiva dell’Est, sovrana della città di Smeraldo, ovvero Rachel Weisz. Non credo si sia mai vista una strega elegante come la sua Evanora.
«Non avrei mai potuto interpretarla senza il corsetto, le piume, le paillette: metà del personaggio lo fa l’abito». Però la cattiveria è tutta sua. «È il bello dei personaggi Disney: non hanno mezze misure. E quando reciti un ruolo così più sei cattiva, più ti diverti. La mia scena preferita è quando torturo Michelle Williams, così pura e angelica».

Leggeva le fiabe, da bambina?
«Non molte: quelle che mi piacevano di più erano quelle dei fratelli Grimm perché erano un po’ spaventose».

Cenerentola?
«Oh no, mai sopportato il ballo e neanche il vestito. Piuttosto, come si chiamava quella chiusa nella torre…».

Almeno Cenerentola finisce bene: diventa principessa.
«L’unico modello che io abbia avuto da bambina è stata Elizabeth Taylor in Gran Premio. E sa perché? Perché per gareggiare si traveste da ragazzo».

Era un maschiaccio?
«Beh, sì: mi arrampicavo sugli alberi».

Con le bambole ci giocava?
«Le detestavo. Soprattutto le Barbie».

Matrimonio, abito bianco: mai sognati?
«Mai. Preferivo vestirmi da maschio. Ancora oggi, se mi chiede che parte vorrei davvero interpretare, la mia risposta è: quella di un uomo. Spero che prima o poi qualcuno me la proponga».

Lei e Daniel insieme fate sognare, altro che Cenerentola e il Principe.
«Beh, ma allora la vera fiaba è quella di Barack e Michelle Obama: si conoscono da giovani, si sposano quando lui non è ancora nessuno, arrivano a essere la prima coppia afroamericana alla Casa Bianca. E poi lei è così chic».

Speravo mi rispondesse che Daniel ha i difetti di un qualunque altro marito.
«Lui per me è perfetto».

Link : Vanity Fair

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